domenica 6 maggio 2012

Non lasciarmi di Mark Romanek


Non lasciarmi è uno di quei film che alla fine della visione mi lascia interdetto di fronte allo schermo. È uno di quei film che quando lo vedi al cinema non puoi fare a meno di arrivare alla fine dei titoli di coda perché hai bisogno di riprendere un qualche contatto con il mondo esterno.
Raccontare la storia potrebbe rovinare la visione perché è bello vederlo sulla fiducia conoscendo solo alcuni elementi che potrebbero farlo evitare. È una storia d'amore e da questo non si scappa ma è una di quelle storie d'amore struggenti e poco confezionate. Questa storia d'amore è inserita in una cornice fantascientifica e quando parlo di fantascienza non mi riferisco a quella del futuro ma ad una fantascienza realistica e solo concettuale.
In Non lasciarmi ci sono due attori giovani e veramente bravi. Carey Mulligan e Andrew Garfield riescono a restituire tutto il sentimento della storia. Tutto il suo struggente evolversi e tutti i sentimenti dei due protagonisti sospesi tra un improbabile futuro e un delicato e prezioso ricordo del passato. Entrambi gli attori mi stupiscono perché in apparenza sembrano essere sempre loro stessi ma in ogni film restituiscono un personaggio differente dando corpo e vita a nuove storie. Lei per capirci è la sosia brava di Katie Holmes mentre lui è il nuovo magrissimo Spider Man nonché co-fondatore di Facebook in The Social Network. 
La regia di Mark Romanek rende nel migliore dei modi il freddo delle anime e la solitudine dei protagonisti. I suoi campi lunghi ci raccontano di persone sole al mondo e la messa in scena sempre esposta al freddo e al vento ci mostrano insieme alla pallida fotografia una storia di un futuro mancato e della sofferenza che deriva da tale mancanza. 

Note a margine:
Mark Romanek è quello di One Hour Photo, l'agghiacciante film del 2002 con Robin Williams.
Il film è tratto dal romanzo Never Let Me Go di Kazuo Ishiguro

lunedì 23 aprile 2012

Biutiful di Alejandro González Iñárritu


Biutiful è un film duro, doloroso e struggente che pur non avendo toccato in particolar modo le mie corde emotive riesce ad essere un film intenso con un Javier Bardem che restituisce in modo impeccabile un personaggio problematico in bilico tra morte e vita.
Il film di Iñárritu racconta la storia di un uomo che sfrutta il prossimo per il proprio guadagno ma che nonostante ciò riesce ad essere capace di una profonda e intensa umanità. La vita del protagonista è una di quelle esistenze che a dispetto degli sforzi e i tentativi non hanno via di scampo. Nessuno si prende cura di persone come Uxbal, un uomo destinato a occuparsi degli altri senza che nessuno riesca a sostenerlo. Uxbal è un uomo che vede oltre la morte e convive con quella degli altri ma non riesce ad accettare la propria. Soprattutto perché c'è il dramma di non poter pareggiare i conti con la vita e con le persone a lui care, in particolare i figli.
Sullo sfondo di una Barcellona cupa, abbandonata e decadente la storia di Uxbal si mescola a quella dei lavoratori clandestini, di un'immigrazione dura e difficoltosa. Il film ci trascina all'interno di una spirale verso il basso senza fine, senza via di scampo e senza niente di biutiful. Un uomo quasi giunto al capolinea e una variegata umanità che purtroppo non hanno niente di bello dalla vita e non cercano di chiedere altro. Ogni sforzo è perduto, ogni tentativo di risalita è vanificato.
L'oscurità che circonda le anime dei personaggi è resa visivamente da un racconto cupo e poco illuminato dove le luci brillanti ogni tanto fanno capolino come per mostrare una via d'uscita. La speranza però non appartiene agli uomini, alle donne e ai bambini di questo film. La luce cerca di riscaldare i loro cuori ma non arriva all'anima che probabilmente è irrimediabilmente persa e recuperabile solo con la morte.

mercoledì 18 aprile 2012

Diaz di Daniele Vicari


Diaz e' un film doloroso e necessario, due affermazioni che ho letto da più parti e che mi sento di condividere in pieno. Un film difficile da valutare con distacco, ecco perché prima di scriverne ho fatto passare alcuni giorni.
La storia della Diaz e' tristemente famosa ma il film di Daniele Vicari riesce ad amplificarla e a renderla un messaggio potente e violento. Non lo fa con un film di accusa, un documentario o un film di denuncia nel senso classico del termine. Daniele Vicari con il suo Diaz ci regala una testimonianza basata sugli atti processuali. Una testimonianza visivamente notevole, con inserti di repertorio che si amalgamo alla perfezione nel tessuto del racconto.
Dal punto di vista dei contenuti e' apprezzabile il fatto che il regista/autore cerchi una visione esterna, senza polemiche, tesi precostituite e giudizi sommari. Mi ha ricordato un po' l'atteggiamento che aveva avuto Gomorra nei confronti della sua storia. Anche se in quel caso il punto di partenza era un libro testimonianza, la sensazione e' la stessa di Diaz.
L'altro elemento notevole di questo film e' la sua scelta di realizzare un racconto puramente cinematografico che non si perde dietro a inutili didascalie. La scelta narrativa del puzzle e' una scelta già vista ad esempio in alcuni film di Quentin Tarantino o nel capostipite Rapina a mano armata di Stanley Kubrick. Una serie di storie, di personaggi e di punti di vista che si stringono intorno al cuore della vicenda. Un'ottima operazione di montaggio e costruzione narrativa rende il tutto fluido e comprensibile, nonché potente ed emozionante. 
Anche le scelte di regia sono orientate tutte verso un cinema puro, quasi di genere. I film di guerra ma soprattutto il genere horror creano lo stile narrativo di alcune sequenze. Le scene di Bolzaneto sono horror puro non solo per il contenuto.
Un film notevole insomma che ha generato e generera' molte critiche perché non ha scelto di raccontare tutto ma che ha avuto il coraggio di fare delle scelte con una materia così scottante. Una materia scottante che ti fa crescere la rabbia dentro e ti fa uscire dal cinema con gli occhi lucidi e lo stomaco sottosopra.

lunedì 16 aprile 2012

Biancaneve di Tarsem Singh


Complice il week end freddo e piovoso sono andato al cinema ben due volte questa settimana con scelte a dir poco schizofreniche: Diaz e Biancaneve. Del primo parlero' poi mentre ora vorrei concentrarmi sul film di Tarsem Singh.
La trama e' presto riassunta. C'e' Biancaneve, c'e' la strega cattiva, c'e' il Principe e ci sono i nani. C'e' anche lo specchio magico, dei burattini assassini e un mostro. Insomma ci sono un po' di cose oltre alla classica storia da bambine.
Personalmente ho trovato il film discretamente noioso a parte alcuni punti rivitalizzanti. Ma sorvolando sul gusto personale devo dire che il film non mi pare riuscito del tutto. Ci sono bei costumi, alcune belle scenografie ma il tutto appare posticcio e decisamente poco brillante. La messa in scena non e' all'altezza delle aspettative. Una regia piatta senza soluzioni visive degne di note e con pochi guizzi.
Altra nota dolente e' la storia, sospesa tra tradizione romantica e rivisitazione ironica in chiave moderna. Una via di mezzo che di certo non da' una forma narrativa chiara al film, che salta continuamente da un registro all'altro senza un senso compiuto.
Note positive pero' ce ne sono. La rivisitazione dei nani e' discretamente riuscita. Senza anticipare nulla sulla trame c'e' da dire che ci hanno giocato bene e in parte il risultato e' buono. L'altro elemento interessante e' lo Specchio Magico e la scena dei burattini assassini. Insomma un film per famiglie un po' piatto e senza troppi spunti interessanti. Di certo non e' un film memorabile per me e credo neanche per le bimbe della fila di fronte alla mia.

lunedì 19 marzo 2012

Millenium - Uomini che odiano le donne di David Fincher


Le premesse di questo film devo ammettere erano tutt'altro che buone perché realizzare negli Stati Uniti un remake di un film svedese che era a sua volta l'adattamento di un romanzo di successo sembrava un'operazione vuota e pienamente commerciale. Poi avendo letto il bel romanzo di Stieg Larsson e visto il primo noioso adattamento cinematografico le mie aspettative erano tutt'altro che positive.
Sono sufficienti i titoli di testa per farmi cambiare idea sul film. I titoli sono un vero e proprio videoclip nero liquido che sintetizza la storia sulle note di una cover dei Led Zeppelin ad opera di Trent Reznor. Un'apertura geniale perché ci anticipa una storia già nota, esorcizzando il concetto di remake, il tutto sottolineato da una cover musicale.
Il film di Fincher riesce a sintetizzare in modo efficace la storia del romanzo e soprattutto restituisce in pieno lo spirito del libro. La narrazione non si perde in superflui spiegazioni ma pone l'attenzione sui due protagonisti, scavando al loro interno e presentandoli agli spettatori grazie all'efficace montaggio alternato. I personaggi vengono messi a nudo emergendo come persone fragili e tormentate. Sotto questo aspetto devo dire che Daniel Craig mi ha stupito positivamente, non pensavo riuscisse in tanto.
E' un film cupo, duro e violento quello di Fincher. Un film che non da' molte via di scampo ai protagonisti e soprattutto a Lisbeth Salander. Lei e' la vera forza di quest'opera narrativa creata da Stieg Larrson ed e' impressionante quanto acquisti sempre piu' forza in tutte le sue rappresentazioni. Nel Millenium di Fincher, Rooney Mara e' una Lisbeth magnetica, affascinante e tormentata. L'attrice riesce con i suoi sguardi e la sua sola presenza a riempire la storia.
Il film di Fincher è un'esperienza visiva ma anche molto sonora. E' intrigante il modo in cui Fincher usa il suono per raccontare alcuni momenti della storia, i suoi lati più oscuri e il personaggio di Lisbeth che con le sue urla animalesche è tremendamente inquietante. Le immagini più' dure, cupe e violente vengono potenziate da disturbi sonori e dalla bella musica della coppia Trent Reznor-Atticus Ross.

sabato 17 marzo 2012

Animal Kingdom di David Michôd


Animal Kingdom è un piccolo film australiano che si rivela essere una potente storia di violenza e legami di sangue. Raccontato in un modo straniante rispetto ai soliti gangster movie, il film ti avvolge con le sue spirali, tra accelerazioni e frequenti rallentamenti. Quasi sempre l'azione è nella stasi e la storia si evolve lentamente con ritmo.
Il regno degli animali è quello della legge del più forte che costringe i più deboli a trovare una qualsiasi protezione pur di scampare ai pericoli della vita. Un film che parla di una famiglia, quasi mafiosa in apparenza, se non fosse che non c'è mai di mezzo l'onore nelle loro vendette ma quasi sempre c'è pazzia e follia nelle azioni di protagonisti.
Un ottimo e affiatato cast guidato da una bravissima Jacki Weaver e dal giovane James Frecheville. La prima interpreta una madre matrona che tira indiretta le fila della storia e degli eventi. Il rapporto con i figli è morboso e amorevole, un bilico che crea ancora più inquietudine. Il giovane attore che interpreta J invece riesce benissimo a rendere l'idea del personaggio perso in un mondo che non gli appartiene.
Un film assolutamente da recuperare impreziosito da una regia discreta ma efficace che sopratutto con la prima e l'ultima scena riesce a racchiudere in due immagini un film, una storia, una vita.

sabato 10 marzo 2012

An education di Lone Scherfig


Metti che una sera in TV programmano un film che non hai visto e che volevi vedere al cinema. Metti che quella sera non esci e riesci a vederlo dall'inizio ed ecco che scopri An education. Il film è scritto da Nick Hornby, la sua prima sceneggiatura per il cinema, e già questo dovrebbe rendere godibile il film e la sua storia. Infatti è proprio quello che succede.
An education è un film che scivola leggermente, e la sua visione risulta più che gradevole soprattuto grazie all'ottimo cast che s'integra perfettamente con la storia e la rende pienamente credibile nonostante gli sviluppi non sempre siano originali. Carey Mulligan in particolare riesce con pochi fronzoli ed eccessi a disegnare sullo schermo un personaggio che matura e cresce, non senza dolore e non senza errori. Incredibile questa attrice così simile eppure così lontana da Katie Holmes. In 3 film di Carey Mulligan che ho visto (Drive, Shame, An education) ho trovato tre donne, tre storie diverse, tre belle interpretazioni.
Emozionanti e irritanti allo stesso tempo la coppia di genitori perfettamente in sintonia con l'epoca in cui il film è ambientato. Altro pregio del film infatti e la rappresentazione leggera dell'Inghilterra degli anni 60. Il film infatti sceglie una piccola storia, un piccolo quartiere per raccontare le generazioni e i cambiamenti sociali imminenti.
Un piccolo film, una piccola storia, un ottimo cast per un film che racconta con leggerezza il cambiamento di un'epoca attraverso gli occhi e la storia di una ragazza.