Overlook David

lunedì 2 novembre 2009

Alice nel Paese delle Meraviglie / Attraverso lo Specchio

Dimenticarsi tutto quello che si sa su Alice e abbandonarsi al racconto è l’unico modo per leggere Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio. Gli occhi vanno tenuti chiusi e il respiro si deve regolare sullo scorrere delle parole. Si deve lasciare da una parte ogni razionalità perché nel mondo di Alice c’è sogno e nonsense. Il sogno muta tutto, ogni cosa muta continuamente, Alice stessa muta continuamente. Tutto è animato. Sono animate le carte, i pezzi degli scacchi, i fiori e gli animali non sono semplicemente animali e le cose non sono semplicemente cose. Niente ha un nome e tutto ha un nome nel mondo di Alice.

Nel mondo di Lewis Carroll le parole non hanno un solo significato e la lingua è viva, è animata. La poesia, le filastrocche, le parole hanno una forza unica in questi racconti. L’arbitrarietà della lingua si muta in racconto e diventa il cuore stesso del divertimento narrativo di Carroll.
Ci sono momenti di pura comicità dove tutto è surreale come nello straordinario incontro con la Duchessa nella sua cucina, oppure momenti dove i dialoghi si fanno brillanti e velocissimi come nel divertentissimo incontro tra Alice e le due regine.

Tra tanta esplosione di fantasia e inventiva narrativa ho percepito anche una certa malinconia. Un presagio di infelicità, forse dovuto all’età adulta di chi scrive, di chi legge. Molti personaggi sono imprigionati in loro stessi nelle loro routine. Sono struggenti le parole del Cappellaio matto sul tempo, ed è bellissimo l’incontro con Humpty Dumpty. Non so perché ma ho letto tanta malinconia in questi racconti, forse ci si può leggere la solitudine di Carroll? O forse è semplicemente l’amore impossibile di Carroll ad essere veicolato in questa storia?

Un libro da consigliare a chiunque ami la letteratura, l’invenzione narrativa e ami la fantasia. La letteratura per ragazzi diventa classica e supera il genere, diventando letteratura di tutti. Per chi volesse decidere di leggere questo romanzo consiglio un libro con le note e soprattutto le bellissime illustrazioni di Tenniel un’altra anima fondamentale di questo meraviglioso viaggio.


lunedì 26 ottobre 2009

UP...scena divertente

sabato 3 ottobre 2009

Quentin...The Basterd

Quentin Tarantino è il regista contemporaneo per eccellenza. E' contemporaneo non perché racconta il nostro periodo storico ma è l'unico regista che interpreta il nostro attuale linguaggio, la nostra attuale cultura frutto di una commistione tra alta e bassa cultura, fatta di citazioni, virtuosismi e accostamenti originali che creano nuovo senso.

Il cinema di Tarantino è tutto questo e in ogni suo film si riconosce il suo linguaggio perché riesce a creare dei film unici e difficilmente imitabili nonostante i numerosi tentativi. Non è sufficiente un film "pulp" per tentare di emulare il cinema di Tarantino. Il regista/autore mette nei suoi film tutto quello che ha digerito della storia del cinema. S'ispira al cinema italiano, ai b-movie e molto a Sergio Leone e tutto questo si è già detto, ma crea sempre qualcosa di nuovo a partire dalle citazioni. Cita i b-movie ma suoi film sono di serie A, raffinati ed elegantemente girati, ricchi di dialoghi straordinari, uno dei punti di forza del regista. 

Quest'ultimo film di Tarantino è cinema, è il suo cinema, è cinema contemporaneo. Un film che si permette di rileggere e riscrivere la Storia e lo fa attraverso una storia folle, una storia di cinema. 

Bastardi senza gloria è un film di dialoghi. Dialoghi ricchi e magnificamente girati. Dialoghi dove c'è suspense, sorpresa, intrattenimento e interpretati da bravissimi attori, su tutti Christoph Waltz (un superbo colonnello Landa). Non si possono però dimenticare le due fantastiche interpreti femminili, Diane Kruger e Mélanie Laurent, e il sempre più sorprendente Brad Pitt. Un film ricco di scene memorabili, su tutte il prologo e l'epilogo. 

Non ci sono molte altre parole per commentare questo film. Un film che vive sul video. Un film che va visto e rivisto. Un film che con la sua frase finale, che è la quintessenza di Tarantino, strappa l'applauso.

lunedì 14 settembre 2009

Harper's Island...One by one

Il cinema americano ormai non riesce piu' a proporre un cinema horror degno di nota. Sono pochi i casi in cui i nuovi film horror americani sono avvincenti, con una storia ben strutturata. Per chi come me e' cresciuto con Zio Tibia e Notte Horror, i film di Wes Craven e tutto l'horror anni '80 e '90 e' deludente vedere film come Final Destination o i vari Saw. Ultimi esempi di film horror degni di nota probabilmente sono il primo The Ring, tra l'altro remake di una saga giapponese, e il grande Romero. Ormai l'horror, psicologico o splatter che sia, sta trovando sempre piu' terreno fertile in Oriente o in Spagna.
E' probabilmente una tendenza quella del cinema americano che a mio parere non riesce a produrre grandi film di genere. Dopo aver dato l'esempio su come si fa il cinema di genere, ora il cinema americano a mio parere e' in affanno da questo punto vista. Tutta la forza creativa dellla narrazione di genere americana probabilmente ora viene orientata verso il mezzo televisivo, producendo tantissime serie tv di spessore, che spaziano tra i generi e che sono di una qualita' in alcuni casi altissima. Storie avvincenti, sceneggiature forti e ben scritte.


Anche il genere horror ha trovato una sua buona espressione nelle serie tv con Harper's Island.
La storia e' ambientata su un'isola che vive di pesca, immersa nei boschi e abitata da poche persone che anni prima avevano vissuto una strage apparentemente senza motivo ad opera di un pazzo omicida. La storia prende il via dai preparativi di un matrimonio tra 2 ragazzi cresciuti sull'isola e tornati con tutti i loro invitati. Tanti personaggi, tutti ospiti in un grande albergo ovviamente perso nei boschi dell'isola. Ad un certo punto dopo l'arrivo di tutti sull'isola per il sontuoso matrimonio, gli omicidi ricominciano e i personaggi cominciano a morire uno ad uno.
La serie, autoconclusiva, riprende tutti gli elementi del genere mescolando Agata Christie e Scream. E' interessante notare come in questa serie si sia riusciti per 13 (e' un caso?) puntate a costruire una storia che non rallenta, che tiene sempre sul filo lo spettatore, con colpi di scena e una trama ricca di storie parallele e intrecciate. Tanti personaggi, tante storie e un filo conduttore, l'atmosfera giusta tra boschi, buio e zone segrete. Gli attori sono tutti molto credibili nei loro ruoli, questa ulteriore prerogativa delle serie tv americane in Italia non riescono a capirla quando fanno i casting e a parte rari casi ci troviamo con dei personaggi inverosimili o fuori dalle righe del soggetto.
Non si puo' svelare molto altro sulla trama e bisogna lasciarsi andare alla storia. Harper's Island e' una serie che non delude gli amanti del genere con il suo ritmo avvincente, le sue parentesi splatter e gli psicopatici in azione.

lunedì 31 agosto 2009

Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams

How many roads must a man walk down.

Un gruppo di umani e non umani in giro per lo spazio senza una metà precisa, in realtà. Un racconto di fantascienza per il semplice fatto che è ambientato nello spazio. La narrazione principale s'intreccia con le surreali definizioni della Guida galattica per gli autostoppisti. C'è il numero Quarantadue. Ci sono le risposte ma mancano le domande. Ci sono i pianeti costruiti su misura, c'è crisi economica. Ci siamo noi?
Non si può svelare molto altro sulla storia. Un libro da leggere e non da raccontare. Il romanzo è una continua scoperta di invenzioni narrative, sarebbe interessante leggerlo in lingua originale. I personaggi sono tutti sopra le righe, nonostante il terrestre Arthur Dent voglia apparire quello più sano di mente. L'umano incarna il lettore che è perso nella narrazione, nello svolgersi degli eventi. Privato della sua Terra è perso nello spazio e cerca di capire il motivo della sua ricerca. Cosa muove tutte le persone che incontra? Apparentemente nulla ha senso. Ci sono i topi e il sovrano della Galassia, ci sono le biro. Poi c'è Marvin il robot, il Paranoid Android, che ad ogni sua breve apparazione cattura la scena con il suo pessisimismo e la sua depressione.
I dialoghi sono brillanti, divertenti e ricchi di nonsense. La storia scorre via e dice molto di più di quello che in realtà ci racconta. Ci racconta l'umanità, le sue dinamiche, i suoi strani comportamenti apparentemente ricchi di senso. E' criptico, geniale e divertente questo romanzo che nell'ultima parte non ti fai smettere di ridere. Una vera rivelazione.

venerdì 21 agosto 2009

Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson

La storia di Uomini che odiano le donne non e' semplice da raccontare, le storie e i personaggi s'intrecciano. Una saga familiare, un giallo, un thriller, una denuncia al sistema economico, la denuncia della violenza sulle donne. Un mix di generi e un racconto ricco e mai uguale a se stesso che cattura il lettore. Quando si risolve l'enigma non finisce il romanzo perche' la storia va oltre e non s'interessa semplicemente di farci scoprire chi e' l'assassino. Questo e' possibile grazie alla storia intrigante ma sopratutto ai personaggi, protagonisti e non. L'aspetto interessante di questo romanzo e' che sono piu' interessanti le reazioni dei personaggi piuttosto che lo sviluppo della storia. E' una storia avvicente, ricca di colpi di scena ma mai nulla e' fine a stesso e tutto fa parte di un tessuto narrativo piu' ampio. Era da tempo che non restavo incollato in questo modo ad un romanzo.
Stieg Larsson ha la capacita' in questo romanzo di disegnare dei personaggi a tutto tondo, le loro emozioni, i loro pensieri, il loro modo di reagire alle situazioni. I protagonisti del romanzo, almeno i due principali, sono affascinanti e intriganti e ti sembra di conoscerli. Dopotutto il romanzo deve creare a mio parere anche questo legame con il lettore altrimenti si perde il patto principale che s'instaura incosciamente tra lettore e narratore sopratutto quando si parla di letteratura d'intrattimento e d'evasione. Questo aspetto viene molto spesso dimenticato da autori contemporanei che cercano di costruire solo storie complesse e ricche di colpi di scena ma che non vanno da nessuna parte senza dei veri personaggi che le sostengano (Dan Brown e Faletti due esempi su tutti).
Lisbeth Salander e' ovviamente uno dei punti di forza di questo romanzo, una ragazza enigmatica, un freak che vive ai margini della societa', incanta e seduce il lettore ed e' il vero lato oscuro della storia. Pur avendo letto solo il primo volume della trilogia (la storia e' pero' autoconclusiva) sembra che sia lei il centro della trilogia, il motore che muovera' i successivi sviluppi della storia.

giovedì 9 luglio 2009

A Kid - Radiohead di Gianfranco Franco


I Radiohead (RH) sono una delle mie passioni, quindi appena ho letto che era uscito un libro che commentava i testi di Thom Yorke (e non solo), ho deciso che il saggio faceva per me. Quando poi dalla prefazione ho appreso che l'autore è mio coetaneo, mi sono subito ben disposto nei confronti della lettura.
Il saggio di Gianfranco Franchi è molto interessante. E' un analisi critica ed obiettiva dei testi di tutti gli album dei Radiohead e delle b-sides. L'autore usa un approccio intelligente e mai elogiativo alla lettura dei testi e ne esce un'analisi che trae una poetica dalle canzoni di Thom Yorke e traccia un percorso. Il commento ai testi è supportato da numerose interviste e dichiarazioni dei vari componenti del gruppo che permettono all'autore di ricostruire gran parte della genesi dei brani, anche se i lati oscuri non mancano. L'autore fa molte considerazioni e congetture personali. Parla di quello che conosce e lo lega ai testi dei RH per dare loro una specie di lettura più universale, anche se a volte non sempre colpisce nel segno.
Il filo conduttore del saggio è quello di uno Yorke paroliere Pop, "un magnifico ripetitore" lo definisce Franchi. La voce dei RH mescola tutto, quello che ha ascoltato, letto e visto. C'è la tv, la radio, la musica e la letteratura nei testi. Thom è un letterato e si vede attraverso i suoi omaggi, tra tutti Douglas Adams e Thomas Pynchon, ma anche Dante (la moglie è dantista) e Carroll. Assembla citazioni letterarie e musicali per creare il suo percorso, il percorso dei RH. Il tutto senza dimenticare i sentimenti, dai più violenti ai più teneri. L'amore e la rabbia su tutti.
Ci sono molte canzoni d'amore ovviamente, la maggior parte dedicate alla moglie Rachel. E' affascinante la lettura di alcuni testi dove sembra che Thom Yorke si inventi delle storie, delle crisi, dei tradimenti. Sembra creare una diversa dimensione del suo amore, o semplicemente una visione più distorta, più letterariamente mediata.
Il viaggio nei testi dei Radiohead è un viaggio anche nella loro maturità. Da testi con tematiche più tipicamente "adolescenziali" a quelle più politiche degli ultimi album. Gli ultimi testi ci mostrano uno Yorke che da incazzato passa quasi ad uno stato di rassegnazione per tutto quello che nel mondo non va, passando in alcuni brani un ideale testimone al figlio, alle nuove generazione.
Il commento ai testi rispecchia pienamente l'impatto che l'ascolto dei cd hanno avuto su di me. I cd che più mi hanno colpito hanno i testi più intensi e più nelle mie corde, mentre si vede quando è la leggerezza o la mancanza d'ispirazione a dominare. Ok Computer e Kid A rimangono i due capolavori dei RH a mio parere. Ricchi di testi surreali, stranianti e strazianti. Due viaggi in territori che finora i RH non hanno più toccato. Quasi due concept album. Prima e dopo i RH sono diversi. In Pablo Honey e The Bends si stanno formando mentre in quelli successivi cambiano strada e tornanono in un certo senso sulla terra, con i suoi guai. L'analisi degli ultimi album però dimostra meno progettualità, un sentire più frammentato e a volte disorientato. Non mancano ovviamente i picchi ma si sente che gli album sono meno compatti anche a livello "letterario". I temi si fanno sempre più politici ma la poesia un pò si perde.
La conclusione del libro segna la fine di un percorso. Forse i RH stanno mutando nuovamente, stanno cambiando pelle. Non mi resta che aspettare e sperare che mi portino di nuovo altrove.